Globalizzazione: andrà meglio per tutti?  1
 

La globalizzazione, in estrema sintesi, significa che si può produrre o comprare (quasi) tutto in (quasi) tutto il mondo in tempi (quasi) reali e a costi (quasi) sempre più bassi (e che, per esempio, a un’azienda italiana può convenire chiudere i propri stabilimenti in Italia per produrre gli stessi beni in Paesi in cui costa meno farlo).

       
Sulle conseguenze di questo processo gli economici e studiosi sono divisi:

I pessimisti sostengono che l’economia globale produce milioni di lavoratori disaffezionati. E aggiungono che ineguaglianza, disoccupazione e povertà endemica sono ormai divenute strutturali.

Altri preferiscono sottolineare che la globalizzazione offre impensabili opportunità ai Paesi in via di sviluppo.

I più, tuttavia concordano con Renato Ruggirei, ex-direttore generale della Wto, l’organizzazione mondiale per il commercio: “La globalizzazione non la faccio io né la inventa nessuno. La fa soprattutto il progresso tecnologico che ha scavalcato le frontiere. È una realtà che incontriamo nella vita di tutti i giorni, nei componenti delle automobili come nella prima colazione al mattino.”

       
Quel che è certo è che la nascita dell’economia globale alimenta molte domande. Ecco le principali:
 

Che legame c’è fra sviluppo dell’informatica e la globalizzazione dell’economia?

Strettissimo. Ecco un esempio: le linee aeree svizzere hanno trasferito da Zurigo a Bombay (India) gli uffici della contabilità. Il motivo è che nella città asiatica il personale costa 40 volte meno. Questa differenza c’era anche in passato, e forse era ancora più marcata. Ma l’operazione è diventata possibile ed economicamente conveniente solo ora, perché il costo della trasmissione dei dati tramite computer è divenuto molto basso.

Un altro esempio del legame fra sviluppo della globalizzazione e dell’informatica è il movimento dei capitali. Sono i computer che rendono possibile spostare da una parte all’altra del pianeta enormi somme – oltre 2 bilioni di dollari al giorno - con un semplice tasto. Con Internet è possibile risiedere in Canada, comprare una bicicletta in Italia e pagarla in euro: senza muoversi di casa.

       
L’economia globale distrugge posti di lavoro?

Si. Però allo stesso tempo ne crea (o ne dovrebbe creare) molti altri. Quello che sta accadendo è stato previsto negli anni Trenta dall’economista Joseph Schumpeter: sosteneva che, grosso modo ogni mezzo secolo, lo sviluppo stesso del capitalismo produce una crisi profonda delle strutture produttive che apre la strada a un nuovo ciclo di sviluppo. Alla fine del Settecento il vapore ha iniziato la rivoluzione industriale, poi sono venuti lo sviluppo delle ferrovie, la diffusione dell’energia elettrica e l’era dell’automobile. Oggi siamo nell’età dell’informatica.

Ognuno dei cicli ha cancellato intere categorie professionali. Ma ne sono nate altre. È quello che sta accadendo anche con la globalizzazione; il problema è che le conseguenze negative, ovvero le crisi industriali e i licenziamenti, si avvertono all’inizio del ciclo; i vantaggi, cioè la crescita della ricchezza e l’affermarsi delle nuove professioni, solo quando lo stesso ciclo è maturo.